Paolo Ulian: Le cose che restano
C’è un momento esatto in cui smettiamo di guardare le cose. Un secondo dopo averle usate. Il fiammifero con la testa già nera. Il tubetto di plastica trasparente senza più inchiostro. Il bordo di marmo che la macchina ha tagliato storto e che finisce tra gli scarti. In quel momento quasi tutti distolgono lo sguardo. Qualcuno invece resta. Paolo Ulian è uno di quelli che resta.
Nasce a Massa nel 1961. Cresce a pochi chilometri dalle cave di Carrara, dove il marmo bianco è insieme materia di lavoro e presenza quasi mitologica. Frequenta i corsi di pittura all’Accademia di Belle Arti, prima con Getulio Alviani e poi con Luciano Fabro. A un certo punto decide di passare al design e si iscrive all’ISIA di Firenze. Si diploma nel 1990 con un paravento di cartone. Un oggetto essenziale, quasi povero. Vince il premio Design for Europe.
Subito dopo va a Milano, nello studio di Enzo Mari. Mari è stato una delle figure più radicali e rigorose del design italiano del Novecento: designer, artista e teorico, ha sempre messo al centro del progetto le questioni etiche e sociali, rifiutando ogni forma di design puramente commerciale. Ulian resta circa un anno e mezzo. Da lui porta via una lezione che non dimenticherà più: le urgenze etiche vengono prima di tutto. Non si tratta di fare affari. Si tratta di fare qualcosa di concreto e utile. Quando torna in Toscana apre lo studio con il fratello Giuseppe. Da allora lavorano insieme. La ricerca è familiare, fatta di prove continue, di osservazioni minime sulla vita di tutti i giorni.
Quella capacità di restare a guardare ciò che gli altri scartano diventa il centro del suo lavoro.
Nel 2001 disegna Double Match. Un fiammifero con due teste, una per ciascuna estremità. Brucia da un lato, si gira e brucia dall’altro. Un oggetto minuscolo che contiene un’idea di rispetto radicale per pochi millimetri di legno.


Pochi anni prima, nel 1998, aveva costruito Anemone. Una lampada fatta interamente con i tubetti trasparenti delle penne Bic Cristal. Un filo di nylon sottile li unisce e li tiene in tensione, lo stesso principio dei piccoli animaletti di legno con le gambe snodabili. I gruppi di tubicini diventano snodabili. La lampada può chiudersi o aprirsi, cambiare forma ogni volta che qualcuno la tocca. Si può quasi pettinare. Non c’è colla. Solo la tensione del filo sostiene ogni braccio. Tutta la famiglia partecipa alla costruzione.



Nel marmo, la materia della sua terra, Ulian porta questa attenzione all’estremo. Con Drap, vasi e ciotole nati dal taglio waterjet su lastre di alto spessore. Quando la macchina lavora spessori importanti perde precisione nella parte finale e produce leggere increspature. Di solito vengono considerate un difetto. Ulian le lascia emergere e le trasforma in una qualità che richiama il drappeggio di un tessuto. Anelli sottili e leggeri. Taglio concentrico da un unico blocchetto: da un solo pezzo di marmo si ricavano più vasi e ciotole di dimensioni diverse. Quasi zero scarti. Ogni pezzo è unico. Presentato con Bufalini durante la Milano Design Week.


C’è anche Una seconda vita, il centrotavola in ceramica del 2006. Piccoli fori a tratteggio disegnano all’interno una serie di forme ellittiche. Se il pezzo si rompe, quelle forme possono staccarsi e diventare piccole ciotole autonome. La rottura smette di essere solo un incidente e diventa un evento che genera nuovi oggetti.
Nel 2024 arriva Questo non è uno schiacciamosche. Una paletta in microcompensato da un millimetro. Un unico taglio laser ricava la paletta e il suo negativo. Il pannello negativo si applica a parete e diventa il posto dove riporre lo strumento. Si usa insieme a un bicchiere di vetro di quelli già presenti in casa. Si cattura l’insetto vivo, si infila la paletta sotto, si porta fuori e si riconsegna alla libertà. Per chi preferisce ancora schiacciare, il legno lo permette. Ma la proposta è un’altra.

Ulian ha collaborato con diverse aziende italiane e internazionali. I suoi progetti sono entrati nelle collezioni permanenti della Triennale Design Museum, del London Design Museum e del Montreal Museum of Fine Arts. Nel 2020 ha curato l’allestimento dell’ultima mostra antologica di Enzo Mari alla Triennale di Milano.
Il nucleo del suo lavoro resta sempre lo stesso. Un’attenzione continua a ciò che resta, a ciò che di solito si scarta, a ciò che può ancora servire. In un tempo che chiede di ripensare il consumo, i suoi oggetti non predicano. Raccontano. Con ironia, con precisione, con una leggerezza che non è mai superficiale.
