Simone Biavati: Il linguaggio della distorsione
Ci sono fotografi che documentano i concerti. Poi ci sono quelli che sembrano entrarci dentro, come se la macchina fotografica fosse un’estensione del suono. Simone Biavati, nato a Milano nel 1999, appartiene a questa seconda categoria. Prova a tradurre un’esperienza collettiva in un linguaggio visivo personale.
Formatosi tra il Liceo Artistico di Brera e l’Accademia di Brera, Biavati inizia giovanissimo, nel 2017. Si muove nella scena musicale italiana quando molti degli artisti che ritrae sono ancora nomi da club più che da palasport. Con il tempo, quegli stessi volti diventano protagonisti del panorama nazionale. La sua camera li segue nel passaggio dall’underground ai grandi palchi. Costruisce un archivio che oggi è anche un osservatorio sull’evoluzione della cultura pop in Italia.

Dal palco al feed: una pratica nata online
Non abbiamo conosciuto Biavati dal fumo del pit o dal sudore del backstage, ma dallo schermo. Dal suo archivio digitale, dalle serie che circolano online, dai frammenti che compongono il racconto della sua carriera. È un punto di vista coerente con il nostro tempo. La cultura contemporanea spesso si costruisce prima in rete che nello spazio fisico.

Scorrendo il suo lavoro emerge una geografia precisa. Festival, club affollati, arene. Corridoi stretti, camerini improvvisati, autobus notturni. Il campo d’azione è la musica dal vivo. Concerti, backstage, ritratti. L’energia è quella di chi costruisce una grammatica visiva riconoscibile. Le collaborazioni con grandi realtà editoriali indicano come la sua estetica, nata in contesti indipendenti, sia diventata leggibile e desiderabile anche per il pubblico più ampio.
L’errore come scelta estetica
La prima cosa che colpisce, guardando le sue immagini, è il rifiuto della perfezione pulita. Biavati lavora con foto mosse, colori saturi, distorsioni digitali dichiarate. Ogni scatto sembra il risultato di un leggero deragliamento controllato. Il digitale è il suo strumento. L’effetto complessivo risulta quasi analogico, sporco, imperfetto.
Le scelte tecniche lo confermano. Usa un 16mm anche su palchi molto grandi. Lo sceglie per includere più spazio, più corpi, più caos. La deformazione diventa linguaggio. Il performer si allunga, il pubblico si curva verso il centro. Le luci si spalmano sulla scena come pennellate. Un teleobiettivo corretto restituirebbe un’immagine rassicurante. Biavati si assume il rischio di un’immagine viva, anche se sbagliata secondo i canoni tradizionali.
Alle spalle c’è una formazione culturale. La lezione di Bruno Munari, “sbagliando si crea, si inventa”, è una pratica quotidiana. Conosce la perfezione per romperla. Studia la regola per legittimare l’errore. In un tempo in cui l’algoritmo premia l’immagine levigata e immediatamente leggibile, sceglie il mosso, il dubbio, il margine dove qualcosa sfugge.

Cinque anni “ostici”: la gavetta come metodo
Nella ricostruzione del suo percorso, un passaggio ritorna come snodo fondamentale. I cinque anni di concerti vissuti come una lunga gavetta. Lui stesso la definisce “ostica”. Si tratta di una scuola di adattamento.
Il live è un ambiente dove gran parte delle cose non vanno come pianificato. Il controllo resta sempre parziale, le luci che cambiano all’ultimo, gli artisti che si muovono in modo imprevedibile. Limiti di palco, barriere e tempi ridotti. Biavati sviluppa un’attenzione per l’istante non programmato, per il gesto che sfugge al copione. La sua fotografia diventa un allenamento alla complessità. Impara a riconoscere quando l’immagine imperfetta contiene una verità emotiva.
Questa esperienza sedimentata rende riconoscibile il suo sguardo. Combina istinto rapido e lucidità postuma. Lo scatto nasce nel caos e viene lavorato con una consapevolezza quasi pittorica.

Oltre il concerto: social, stampe, collaborazione
Guardando alla sua presenza online negli ultimi anni, si nota un cambiamento. Da un uso riluttante dei social, con lunghi silenzi e un post sporadico ad una fase più intensa e regolare di pubblicazione. Piega le logiche della piattaforma a una propria identità. Decide cosa ha senso mostrare.
Parallelamente sposta una parte del suo lavoro fuori dallo schermo sulla carta. Stampe, poster, edizioni con l’illustratrice Benedetta Ferrari. Si misura con il testo, la grafica, il segno di un’altra autrice. L’immagine diventa oggetto per lo spazio domestico, la parete, la collezione. Questo passaggio indica come i ruoli stiano cambiando nella cultura visiva contemporanea. Il fotografo di concerti evolve in artista multidisciplinare.
“Adagio”: un tempo lento per guardare il suono
La mostra personale Adagio, inaugurata il 3 dicembre 2025 a Milano nello spazio Condominio, rappresenta un punto di svolta nella sua traiettoria. Segna l’ingresso del suo lavoro in un contesto espositivo strutturato, con una curatela dedicata. Esplicita la fotografia come forma di ascolto.
Il titolo rimanda a un tempo musicale lento. Nella mostra invita a rallentare lo sguardo, a sostare sulle immagini per percepire la componente sonora implicita. Nei suoi scatti avviene una traduzione. Il suono che non sentiamo più riaffiora come eco luminosa.
I corpi, i gesti, le vibrazioni dei live fungono da vettori di ritmo. La grana digitale, il mosso, le distorsioni compongono una partitura visiva. Adagio riunisce anni di notti, backstage, esperimenti astratti in un’unica narrazione. Il filo conduttore è la relazione tra il suono e chi lo abita.A

Perché il lavoro di Biavati parla del futuro
La storia di Simone Biavati incrocia tre linee di trasformazione della cultura contemporanea: Il rapporto tra musica e immagine In un’epoca di video e streaming, la fotografia statica condensa l’esperienza live.
L’ibridazione dei ruoli: Il fotografo dialoga con editoria, brand, illustratori, curatori. Crea un ecosistema di progetti dal reportage alla stampa da collezione.
La percezione dell’errore: La foto mossa diventa firma stilistica e critica a un immaginario standardizzato.
Il suo lavoro indica una direzione possibile. La documentazione della musica evolve in pratica artistica autonoma. Restituisce ciò che vibra dopo l’ultima nota.
